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ALIMENTAZIONE VEGETARIANA, SALUTE ANIMALE E WESTERN DISEASES

 

 

 

 

ALIMENTAZIONE VEGETARIANA, SALUTE ANIMALE E WESTERN DISEASES

 

 

 

Da alcuni decenni stiamo assistendo al crescente diffondersi nella nostra popolazione di un cluster di malattie prima inesistenti, o comunque molto rare, costituite da obesità, diabete, cancro, patologie cardiopolmonari, autoimmunitarie, neurodegenerative, per citarne le principali. La particolarità che le accomuna è la loro comunanza non geografica fra paesi, ma di stile di vita, cosiddetto "occidentale", da cui il nome di Western Diseases (WD).

 

Essendo provocate dallo stile di vita queste malattie sono pertanto sia prevenibili che regredibili modificandone lo stesso in senso salutistico, che significa in fondo rispettoso della biologia.

 

Questo è ormai un concetto acquisito in campo umano, data l'enorme mole di evidenze che lo dimostrano. Il conseguente cambiamento, logico, doveroso e indifferibile, si presenta invece di grandi difficoltà e complessità non tanto per la scarsa consapevolezza individuale quanto per la debolezza politica a fronte di una potenza finanziaria in grado di imporre un comportamento distruttivo e autodistruttivo in nome di un malinteso senso del profitto.

 

Il prezzo che stiamo pagando è enorme ma ancora poca cosa rispetto a quello che si troveranno a pagare le generazioni future.

 

Un nuovo aspetto, di medicina comparativa, riguarda gli animali domestici, i quali stanno andando incontro allo stesso tipo di malattie lasciando presupporre le stesse cause e le stesse risoluzioni. Gli animali più studiati al riguardo sono ovviamente i cani e i gatti cosiddetti di compagnia. Anche in questo caso la trappola del cibo industrializzato rende il problema vieppiù difficoltoso.

 

In un recente articolo[1] Andrew Knight e Madaleine Leitsberger introducono ulteriori argomenti di riflessione a proposito di quel cambiamento alimentare che sta interessando un crescente numero di persone per le sue implicazioni fortemente etiche ma ora anche salutistiche, vale a dire l'alimentazione vegetariana[2] e vegana, che si va diffondendo anche per i cani e i gatti domestici per motivi di salute ma che, ovviamente, ha ricadute fortemente etiche ed ecologiche.

 

In questo uno dei nostri limiti a un corretto approccio del problema è una idea ancora distorta che abbiamo dei nostri animali.

 

I cani sono stati addomesticati almeno 33.000 anni fa. Da allora, per quanto concerne la loro alimentazione, sono stati sempre più dipendenti dall'uomo, sino a raggiungere una dipendenza totale. In tutti questi millenni essi hanno subito vari adattamenti biologici anche per far fronte all'alimentazione più variata che veniva proposta, inclusa quella vegetariana. Rispetto ai loro progenitori lupi, i cani sono diventati onnivori, hanno evoluto una maggiore capacità di metabolizzare i carboidrati e adattarsi a una dieta bassa di proteine incrementando la capacità di produrre l'amilasi pancreatica e convertire il maltosio in glucosio, aumentando altresì l'assorbimento intestinale di glucosio[3]. Il cane domestico è così diventato un onnivoro come lo siamo noi; possiamo, ma non dobbiamo mangiare la carne.

 

Il gatto, che come il cane è classificato nell'ordine dei Carnivora, è stato invece addomesticato circa 10.000 anni fa, svolgendo per l'uomo un ruolo strategicamente differente da quello del cane[4], sino alla recente coabitazione, totalizzante e confinata sempre più frequentemente negli spazi di un appartamento. La pressione selettiva sui gatti è stata più breve e di conseguenza meno intensa, permettendo loro di conservare un profilo metabolico più vicino al progenitore selvatico, dovendo per esempio ancora ricavare il 52% percento di energia dalle proteine. Va da sé che oggi cani e gatti condividono spesso lo stesso spazio domestico, con tutto ciò che ne consegue.

 

A questi sviluppi evolutivi che hanno influenzato l'alimentazione se ne è aggiunto oggi uno nuovo e imprevisto: il cibo industrializzato in scatolette e pacchetti, dato per di più a orari prefissati, spesso ad libitum. Per la prima volta nella loro storia, come in quella della umanità, gli animali hanno a disposizione cibo sempre e in quantità illimitata.

 

Sappiamo ormai che l'alimentazione di tipo "occidentale", ricca in proteine animali, grassi saturi e trans, zuccheri raffinati e aggiunti, è la causa principale delle Western Diseases che affliggono gli uomini. Vale lo stesso per gli animali di compagnia, che stanno sviluppando le stesse malattie e in maniera crescente? Inoltre, la costrizione domestica da noi messa in atto può estendere anche a loro i principi etici che impongono di evitare sofferenze a tutti gli esseri viventi senzienti e coscienti qualora evitabili?

 

In definitiva, è possibile applicare anche agli animali domestici le regole di una alimentazione vegetariana, se si dimostra sana? Come crescenti evidenze stanno dimostrando in campo umano, è possibile preservare la salute degli animali domestici, prevenire le loro WD, farle regredire e coadiuvare positivamente i trattamenti terapeutici che si rendono necessari, mediante un'alimentazione vegetariana corretta ed equilibrata, come si propone ora per le persone umane?

 

Ormai sono molti gli studi che hanno valutato gli effetti di una alimentazione vegetariana anche sui cani e sui gatti domestici raffrontandola a quella onnivora a base di carne, per cui abbiamo un crescente corpo di evidenze che ci consentono di asserire che una alimentazione vegetariana non comporta danni, semmai, vantaggi (diminuzione di infezioni da ectoparassiti[5], diminuzione di reazioni da intolleranze alimentari, riduzione della obesità, minore incidenza di artrite, cataratta, malattie urogenitali, disturbi gastrointestinali, aumento della vitalità)[6]. Paradigmatico al riguardo lo studio di Brown et al.[7] (uno studio in cieco, vale a dire che i veterinari valutatori non conoscevano i regimi alimentari adottati dai cani) sugli Huskies Siberiani, cani potenti in grado di effettuare corse della lunghezza di oltre 30 miglia, nei quali la dieta commerciale contenente il 43% di carne da pollame è stata sostituita con glutine di mais e derivati della soia. Tutti, alla fine dello studio, erano in eccellenti condizioni fisiche, senza che nessuno avesse sviluppato neanche i preventivati problemi di anemia o altro.

Wakefield e coll.[8], al contrario, hanno esaminato gli esiti di una alimentazione vegetariana (per la maggior parte vegana) sui gatti, raffrontandola con quella convenzionale (34 vs 52), in uno studio della durata di oltre un anno. Anche qui non è stata evidenziata alcuna differenza fra i due gruppi che, alla fine dello studio, avevano una salute buona o eccellente.

 

Come succede in molti momenti della storia umana, spesso vi è una fuga etica che precede la consapevolezza del vantaggio utilitaristico; questo si verifica se la base fondamentale che sostiene l'azione è fondata sul rispetto, un principio che se interpretato correttamente (vale a dire non in senso egoistico, ma sistemico), si riveli vantaggioso automaticamente, per sé, le altre persone, le generazioni future, gli animali, l'ambiente, l'ecosistema tutto.

 

Non deve quindi considerarsi un caso che "a significant and growing body of population studies and cases suggest that cats and dogs may be successfully maintained on nutritionally sound vegetarian diets long-term, and indeed, may thrive."[9] 

 

Una considerazione aggiuntiva in favore dell'alimentazione vegetariana riguarda le specifiche problematiche che oggi caratterizzano l'alimentazione onnivora e carnivora.

 

Giacché ci hanno abituati a considerare "normale" siffatta alimentazione, siamo portati a sminuire i rischi di questa ed enfatizzare quelli dell'altra. La realtà dimostra invece che è all'alimentazione carnivora che bisogna fare attenzione più che a quella vegetariana. Infatti, una alimentazione che contempli carne è tradizionalmente associata al rischio infettivo (da salmonella, listeria, micotossine, vomitossine, sino alla encefalite spongiforme da prioni) per di più proporzionato alla quantità; vi sono poi i rischi specifici della carne utilizzata nei prodotti industriali per cani e gatti, usualmente costituita dagli scarti, spesso una carne "4-D" ("Disabled, Diseased, Dying, Dead") o contenenti residui di pesticidi, medicinali, o di mercurio e PCBs per i pesci e derivati, con il logico aumento delle malattie dismetaboliche (insufficienza renale, malattie epatiche, muscolo-scheletriche, neurologiche ecc)[10] e neoplastiche.   

 

Noi riteniamo che il principio da cui si deve partire per definire la corretta alimentazione negli animali domestici sia certamente quello del rispetto della loro natura, inteso però nel suo senso biologico e sistemico. La loro natura non può essere intesa in senso teorico, riferita più ai progenitori che loro propria, perché così si configurerebbe solo come concetto, antistorico e in definitiva antibiologico.

 

Le condizioni sono completamente diverse. I cani selvaggi, come i lupi, vivono in branchi, adottano raffinate tecniche di caccia miranti a isolare la preda, che in genere è un grosso mammifero isolato dal gruppo o solitario, che sbranano dalla parte più accessibile, l'addome, per divorarne gli organi interni che sono anche quelli energetici. I gatti selvaggi, al contrario, si nutrono di piccoli mammiferi, uccelli, piccoli rettili, invertebrati occasionali.

 

I lunghi millenni di addomesticamento hanno reso "naturale" un altro tipo di alimentazione, ed è forse più importante comprendere non quello che può ricadere sotto l'ombrello della "naturalità" presunta, ma capire che deve essere considerata naturale solo l'alimentazione salutistica riferita al tempo e al luogo. Certo, e indipendentemente dalla scelta etica fra carnivora o vegetariana, non può essere considerata salutistica, per gli animali domestici di cui sopra, una alimentazione carnivora costituita da parti provenienti da bovini, maiali, pecore, tacchini, polli, animali che solo occasionalmente hanno rappresentato in tutta la lunga storia di questi animali la loro alimentazione carnea e che attualmente provengono da allevamenti intensivi e relative condizioni di vita, trattamenti tossico-farmacologici e alimentazioni contraffatte. Né può essere considerato salutistico un alimento come il latte vaccino, mai entrato prima nella loro alimentazione, giacché il latte, per definizione, è da considerare il miglior alimento, ma solo se specie-specifico e limitato al periodo post-natale. L'intolleranza al lattosio sviluppatasi oggi negli animali domestici, con tutto il suo corteo sintomatologico, non è solo una coincidenza comune a quella delle persone ovviamente, ma logica conseguenza della stessa inappropriatezza. Grassi saturi e trans, cereali raffinati, zuccheri aggiunti, sono la moderna maledizione delle persone così come degli animali.

 

L'argomento della nostra riflessione però è più profonda; non si tratta soltanto di rendere meno dannosa l'alimentazione onnivora, ma considerare se anche gli animali domestici possono assumere una alimentazione vegetariana e stare persino meglio rispetto all'alimentazione carnivora od onnivora cui sono sottoposti, sfatando, come successo per le persone, il mito della carne e la predilezione per l'alimentazione occidentale, visto che i determinanti di malattia sono simili per animali umani e non umani, con le dovute differenze.

 

Fondamentalmente, l'alimentazione deve attenersi a principi basilari validi per tutti; essa innanzitutto deve essere completa dal punto di vista nutrizionale (il deficit di carnitina in alcuni prodotti a base di carne per cani soprattutto di grossa taglia, per esempio, si è resa responsabile di cardiomiopatia dilatativa), quindi deve essere bilanciata, e priva di componenti dannosi (come spesso nella carne e derivati, gli antibiotici, gli ormoni, gli inquinanti ambientali ecc).

 

Noi riteniamo che una alimentazione debba essere considerata naturale (per animali umani e non) solo se è salutistica, un effetto che può essere verificato da ognuno sui propri animali, che deve sentirsi responsabile della loro salute senza deleghe, senza necessità di medici e veterinari che, fra l'altro, sono i professionisti formati per curare la patologia, non per gestire la fisiologia.

 

I cani e i gatti domestici hanno una lunga storia di addomesticamento alle spalle che non può non incidere nel loro adattamento biologico; così come non utilizzano più le modalità di caccia dei loro progenitori per sopravvivere, non mangiano a volontà quando trovano il cibo (una strategia raffinata che mirava anche ad eliminare il cibo per i loro competitori) per resistere nei periodi di mancanza, così si sono abituati a mangiare quello che mangiavano i loro padroni, che per la maggior parte delle popolazioni, compresa la nostra, era una alimentazione vegetariana o semi-vegetariana, con carne che veniva assunta solo in ricorrenza delle feste religiose e pesce solo per gli abitanti delle regioni costiere. Pertanto il dato scientifico proveniente dagli studi e dalle evidenze è coerente sotto tutti gli aspetti, si tratta solo di familiarizzare con una alimentazione vegetariana equilibrata che si prospetta ideale dal punto di vista etico, salutistico ed ecologico.

 

Per capire appieno il problema è quindi necessaria un'ottica sistemica che veda non soltanto la coevoluzione con questi animali, ma le storture di questa coevoluzione. Da alleati nella lotta alla sopravvivenza sono oggi stati reificati e assoggettati ai più vari capricci umani. La nostra opinione è che un atteggiamento di rispetto per gli animali non può che partire dal loro legittimo ruolo all'interno dell'ecosistema, che impone agli uomini di superare vecchie costrizioni storiche e rimediare ai propri errori, a cominciare dagli allevamenti di qualsiasi tipo che vanno ormai tutti aboliti perché inutili, crudeli e dannosi, e riconoscere che gli animali sono nati per vivere liberi nel loro habitat riservando all'uomo, che ama definirsi la specie più evoluta, solo il ruolo di protettore delle altre specie. Non è un compito da benefattore degli animali. È in gioco la sua sopravvivenza, e la gioia della loro presenza, per il solo fatto che ci sono.    

 

 

 

 



 

[1] A Knight, M Leitsberger. Vegetarian versus meat-based diets for companion animals. Animal (Basel), 6(9): 57. Sep 2016.

[2]  In questo articolo il termine "vegetariano/a" verrà d'ora in poi usato sia nel suo senso più comunemente inteso che di vegano 

[3] A Knight, M Leitsberger. Vegetarian versus meat-based diets for companion animals. Animal (Basel), 6(9): 57. Sep 2016.

[4] È discusso comunque che sia stato adottato per liberarlo dai topi, o per lo meno non solo, o essenzialmente, per questo

[5]  pulci, zecche, pidocchi, acari

[6] A Knight, M Leitsberger. Vegetarian versus meat-based diets for companion animals. Animal (Basel), 6(9): 57. Sep 2016.

[7] Brown WY, Vanselow BA, Redman AJ, Pluske JR. An experimental meat-free diet maintened haematological characteristics in sprint-racing sled dogs. Br J Nutr. 2009; 102: 1318-1323

[8] Wakefield LA, Shofer FS, Michel KE. Evaluation of cats fed vegetarian diets and attitude of their caregivers. I Am Vet Med Assoc. 2006; 229: 70-73

[9] A Knight, M Leitsberger. Vegetarian versus meat-based diets for companion animals. Animal (Basel), 6(9): 57. Sep 2016.

[10] Idem