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Manifesto per una società giusta

 

 

 

 

 

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Dalla Società agricola alla società postindustriale

 

MANIFESTO PER UNA SOCIETA' GIUSTA

 

Luigi Mario Chiechi, medico-ricercatore

 

 

 

 

Drammatici avvenimenti ci sollecitano a osare oltre i limiti imposti dalla nostra indole.

 

Con questo documento ci proponiamo l'obiettivo, pratico ma fondamentale, di definire il giusto stile di vita, vale a dire, il nostro giusto modo di stare al mondo, che vogliamo fondato su principi basilari, perenni e universali. Lo facciamo ora, per il semplice motivo che questo è il momento indifferibile per farlo.

 

Nel 1884 Friedrich Engels pubblicava L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, nel quale evidenziava come la società agricola avesse innescato un processo di crescita dell'umanità e la nascita di una società complessa, con una nuova forma di concentrazione e stratificazione del potere grazie allo sfruttamento delle risorse materiali e allo sviluppo tecnologico. La società agricola rappresenta una frattura, lo snodo fondamentale nella storia dell'homo sapiens, che ancora ci condiziona. Tuttora siamo infatti portati a considerare la storia dell'homo sapiens come quella intercorsa dalla nascita di quella società a oggi. Il che è palesemente falso. Il genere homo compare due milioni e mezzo di anni fa, la società agricola quindicimila. È stato calcolato che se facciamo corrispondere i due milioni e mezzo di anni a un'ora, i quindicimila anni diventano ventuno secondi appena. Eppure la nostra storia, anche biologica, è tutta rapportata a questo scampolo di tempo. Non è solo una precisazione accademica. Noi abbiamo una storia ben più lunga alle spalle, ed è quella che conta maggiormente. Essa, come quella di tutti gli esseri viventi, segue un principio fondamentale che ci fa capire che la vita è così com'è e non altrimenti perché si è evoluta adattandosi continuamente all'ambiente, e si mantiene in rapporto alla correttezza di questo costante adattamento, inscindibile dalla natura.

 

Con l'avvento dell'agricoltura si sviluppa un nuovo tipo di società e viene partorita la nostra cultura che va a costituire uno spartiacque epocale che avvia il dominio dell'uomo sulla natura; la terra non è più di tutti ma appartiene a chi la coltiva, diventa proprietà, un passaggio decisivo, perché ora gli uomini improvvisamente non sono più uguali. Il villaggio dei raccoglitori-cacciatori si stratifica; chi ha una proprietà non è più pari ma superiore, vale a dire si garantisce una vita più agiata e un futuro più sicuro, maggiori risorse e una "ricchezza", la nuova componente che irrompe nello stile di vita della specie umana con tutto ciò che determinerà, nel bene e soprattutto nel male. La proprietà, che è diventata benessere, prosperità e sicurezza, non può essere lasciata al primo che capita, magari un avversario o un rivale, una delle nuove figure prodotte dalla società stratificata, che non è più l'ugualitaria della società tribale. La famiglia nasce da questa esigenza, dal dover creare, proteggere e poi trasmettere in mani sicure la ricchezza personale. Come inevitabile corollario nasce il mito della fecondità e il controllo sulla sessualità della donna, la necessità di conoscere e indagare, perché l'uomo deve essere sicuro che quel figlio è suo. I figli vengono sottratti all'ambito della natura per entrare in quello sociale; non sono più membri del gruppo, figli di un padre che non si conosce e di una madre identificabile come tale sino all'allattamento passato il quale tutti vengono cresciuti dalla tribù nello stesso modo, il cui numero deve essere rapportato alle possibilità di movimento del gruppo[1] e alle risorse disponibili perché se si supera la soglia critica imposta dalle disponibilità del territorio ne va della sopravvivenza di tutti. Ora che le risorse non sono più tanto quelle che si trovano, ma principalmente quelle che si creano, i figli sono necessari a questa creazione, diventando così la più importante e affidabile garanzia, del capofamiglia innanzitutto, poi della famiglia. Lo scivolamento è lento, progressivo e inesorabile. L'uomo ha un unico modo per essere sicuro che quel figlio è suo e non del rivale: controllare inflessibilmente la sessualità della compagna che da quel momento diventa un fatto pubblico, viene sancita come moglie, vale a dire proprietà mediante quel contratto formale chiamato matrimonio. I figli diventano importanti e vanno pianificati, non sono più un accidenti biologico selezionato dalla vita per la prosecuzione della specie. Ora sono tutt'altro. Sono forza lavoro, difensori della proprietà, garanzia, ipoteca sul futuro. L'atto sessuale, da funzione biologica costretta dallo spietato gioco degli ormoni, diventa strumento, necessità, quindi obbligatorietà. L'uomo deve essere fecondante e la donna prolifica, altrimenti non sono degni. I nomadi raggruppamenti umani della tribù dei raccoglitori-cacciatori costretti a muoversi seguendo lo spostamento delle risorse ora sono stanziali, legati alle terre coltivate e agli allevamenti. La terra lavorata non è più la terra-della-natura-quindi-di-tutti. È terreno faticosamente trasformato, proprietà, preziosa, da ingrandire e difendere; intorno a lei il gruppo si stabilizza e si organizza in agglomerati che diventano città, dove si evolve la differenziazione sociale e si escogitano le astrazioni utili, quelle che solo il sapiens sa rendere reali più potenti delle reali inventandosi valori immaginari per i quali però le genti si massacreranno a mucchi. Lì, anche, si creano le malattie e si originano le zoonosi, come quella da Covid-19, il recente schiaffo in faccia che ci ha fatto ricordare che siamo parte della natura e riflettere su quanto pericoloso possa essere oltraggiarla.

 

La tribù pre-agricola è il luogo aperto, orizzontale, magico, partecipe, semplice, sereno, innato. Si è quel che si è per come si è. Punto. Il sesso, il genere, la sessualità, la fecondità saranno creati dopo, dalla società dei coltivatori/allevatori e dai suoi valori, e siccome sono creazioni devono essere definiti e correlati. Maschio è chi è idoneo a procreare e femmina chi ben procrea. Nessuno può essere più quello che è o comportarsi come può, ma deve comportarsi per come stabilito dalle regole degli uomini. Con la proprietà agricola nasce la stanzialità, quindi la città, la nazione, il ceto, il nemico, la guerra, la malattia epidemica, la cultura e l'immaginazione conveniente, che si dimostra senza limiti, capace di generare gli dei, le religioni, i vari saperi, la scrittura, le armi, la moneta, l'economia, la finanza. È questa la cultura che ha creato le divisioni e le discriminazioni traslate in nazioni, popoli di nome diverso, razze, sessi, generi, lgtbq[2] ... Tutto nasce da questa nuova capacità che caratterizza la specie sapiens: la sua sorprendente immaginazione.

 

Ma, più dei sociali, i fondamentali cambiamenti determinati dalla società agricola sono biologici. L'homo sapiens non è più legato al respiro della natura, ai suoi prodotti spontanei, alle ossa animali abbandonate dai grandi predatori dalle quali solo lui sa cavare con le pietre lavorate il prezioso midollo o il cervello; così, di suo, si trova a sviluppare quel potente marker sessuale, l'encefalo, che diventerà poi la sua capacità più straordinaria. Ora è in grado di creare ciò che gli serve legandosi così alle sue creazioni sino a diventarne schiavo. È questa la società e la cultura che a noi sembra costituire da sempre tutta la storia dell'homo sapiens per come ci è stata trasmessa glorificata dalle generazioni precedenti perché l'unica tramandata, giacché la storia si fa iniziare, per convenzione, cinquemila anni fa con l'invenzione della scrittura, nata in una striscia di terra posta fra il Tigri e l'Eufrate, in Mesopotamia, tremila anni dopo la comparsa della prima città, Gerico, sorta ottomila anni fa. Per noi la cultura è questa, sette secondi dell'ora della nostra esistenza, senza un prima e neanche un dopo, migliorabile, ma con la sensazione della perennità.

 

Invece.

 

 

Verso una NUOVA CULTURA, SISTEMICA, COEVOLUTIVA, DEFINITIVA E UNIVERSALE, all'insegna della SEMPLESSITA'[3]

 

 

Questa è una chiamata a raccolta, rivolta agli animi visionari, puri, empatici, indipendenti e capaci, intenzionati a cambiare il mondo.

 

Il nostro vivibile è un tempo breve cui diamo l'illusione dell'infinitezza; nel reale siamo pur sempre ancora figli della società patriarcale. In un'orgia di autocelebrazione l'umanità si è dichiarata padrona della Terra, creata a immagine del Dio che lei stessa ha creato, spietata verso gli altri e spudoratamente incosciente anche quando corre trionfalmente verso il baratro dell'Antropocene trascinandosi dietro l'intero pianeta. Ha sancito la sua sacralità rispetto a tutti gli altri esseri viventi, per cui il più malvagio degli uomini è degno di diritti mentre il più utile e pacifico degli animali non ne merita alcuno. Ma proprio nessuno. L'umanità glorificata dall'umanesimo non è però tutta un'umanità degna; vi è una malaumanità, piccola ma prevaricatrice, potente e dominante, responsabile di ingiustizie, massacri e devastazioni.

 

Allora per capire bisogna vederla tutta la storia, per accorgersi che la realtà è ben diversa da come ce la raccontano. Siamo solo fortuiti abitanti di uno dei miliardi di pianeti d'innumerevoli universi fra probabili multiverso ai quali non è stata affidata missione alcuna da nessuno, semmai nati solo grazie alle interazioni di feedback subatomici e circostanze, con l'unico dovere di rispettare quel mondo in cui ci è capitato di abitare, nel nostro interesse, innanzitutto.

 

Quella agricola, nata nelle discariche dove un acuto progenitore ha visto germogliare dei semi lì buttati, è stata solo uno dei modi di vivere della specie homo, certamente quello dimostratosi per lui più vantaggioso. Da allora la stanzialità ha permesso lo sviluppo di una cultura particolare basata sull'accumulo e l'espansione di conoscenze in vari campi di un sapere che la stessa società produceva ritenendolo utile o ricreativo. Con una radicale differenza rispetto a quello delle precedenti società: la conoscenza utile non è più stata quella dell'ambiente, necessaria alla sopravvivenza e alla coesione del gruppo, selezionata per tentativi ed errori di generazione in generazione e trasmessa validata dai fatti ogni volta perfezionata e arricchita. È nata, si è sviluppata e ha preso il sopravvento, una cultura del superfluo, sino a che questa contraddizione è giunta al punto di rottura. La nostra generazione, proprio la nostra, si trova ora improvvisamente nel bel mezzo del più grande cambiamento epocale della storia: la fine della società agricola e della sua cultura millenaria, franata sotto il peso delle sue incoerenze e ingiustizie, sicché tocca proprio a noi impegnarci a costruirne un'altra, che vogliamo migliore.

 

Il primo passo sarà la costruzione di un quadro concettuale unico, che non può che essere sistemico, in grado di racchiudere il nuovo che sta germogliando dai mille rivoli, attenti a non disperderci nei frammenti delle singole problematiche (sessismo, pacifismo, animalismo, ambientalismo ...) ma inglobandole, perché la radice è unica e pertanto la visione deve essere d'insieme, non soltanto interdisciplinare, ma epistemiologicamente nuova, in grado di vedere la realtà non in maniera lineare ma come unica rete di infiniti sistemi aperti in cui ogni vita, umana, animale o vegetale e ogni aspetto della vita influenza ed è influenzata, abbandonando il pensiero riduzionista e impegnandoci a pensare per connessioni. Se ci riusciremo, tutto verrà facile.

 

Se è vero che la cultura agricolo-patriarcale e i suoi valori sono superati, come la realtà dimostra, dobbiamo innanzitutto liberarci dai vecchi concetti e stereotipi, sostituendoli con un pensiero nuovo, giovane e che vogliamo giusto.

 

Giusto è il corrispondente alla natura, rispondente a verità, fondato su principi morali universali, ottimale, adatto allo scopo e alla funzione, è ciò che si rivela tale nei fatti, un comportamento in grado di apportare beneficio sempre, dovunque e comunque senza arrecare danni. Si pensi, per capirci, al paradosso dell'alimentazione e all'attuale proliferare di diete, nutrizionisti ed esperti di vario tipo e titolo, a complicare le cose. L'alimentazione è una necessità fisiologica fondamentale e complessa mediante la quale noi trasformiamo parti di ambiente in parti del nostro corpo, fondata sulla biologia, gli stimoli e i meccanismi connaturati di ricompensa e dissuasione, con la nostra capacità di renderla sicura ed efficace. Come tale non può esistere un'alimentazione per dimagrire e una per ingrassare, una dieta che ti prevenga il cancro e l'altra il diabete provocandoti magari l'osteoporosi. Né può esistere una dieta che faccia bene all'uomo e massacri gli animali o devasti il pianeta. Infatti non esiste. Può esistere solo una dieta giusta, in grado di mantenere la fisiologia del corpo rispettando l'ecosistema in tutte le sue componenti biotiche e abiotiche, perché non possiamo mantenerci sani se anche l'ecosistema non è sano, essendo noi parti di questo sistema  che, come tutti gli esseri viventi, contribuiamo a mantenere o modificare. Il cibo vero è quello spontaneo, vario e da agricoltura naturale, manipolato appena il necessario, selezionato dalle generazioni precedenti. Punto. E non ha una sua finitezza. Non può essere efficace se il corpo tutto (neurologico, ormonale, muscolare, immunologico ...) non è sano, che non può essere sano se non vive in un ambiente sano, parte dell'intero cerchio della vita che si estende di sistema in sistema.   

 

Oggi, per di più, ci troviamo di fronte a due novità epocali: la globalizzazione e l'ipertecnologia.

 

La globalizzazione ci ha fatto scoprire improvvisamente unico popolo su unica terra, facendoci riconoscere unica specie, senza le razze che ci eravamo inventati. Figli di uno sparuto gruppo di sapiens sopravvissuti all'ultima glaciazione che nondimeno si sono moltiplicati e sparpagliati per il mondo, incrociandosi occasionalmente con altre specie del genere homo adattandosi al nuovo ambiente, chi più scuro chi più chiaro, più alto o più basso, selezionati per rispondere alle costrizioni ambientali, distinzioni che gli attuali spostamenti intercontinentali vanno gradualmente sfumando traghettandoci verso il definitivo fenotipo unico prossimo venturo. Questo unico popolo è da tempo in pericoloso sovrannumero per le risorse del pianeta, con un'unica soluzione, la più semplice e praticata da sempre da ogni popolazione cosciente e da ogni specie animale consapevole della propria numerosità[4]: limitare il numero delle nascite adeguandole alle risorse del territorio. Non ci sono alternative, non esistono altri pianeti da colonizzare, e se esistono beh, noi amiamo il nostro.

 

La consapevolezza di essere unico popolo da unico progenitore annulla tutte le discriminazioni fenotipiche create dalla società patriarcale, semplicemente perché inesistenti: ognuno nasce con la propria biologia, unica e degna di rispetto. Finanche i tentativi della medicina moderna di catalogazione per sesso sulla base dell'assetto cromosomico sono inapplicabili, nel momento in cui si può avere un cromosoma XY con fenotipo femminile, o si possono avere più cromosomi X o Y e ormai non importa, perché era un requisito inventato e richiesto dalla società agricola e le sue esigenze. Quella del sesso è una creazione culturale, alla natura non importa e neanche a noi. Ognuno è quello che è, con la sua biologia e la sua personalità. Non abbiamo più bisogno di queste categorie o di indagare la fecondità e spiare la sessualità, creazioni e necessità patriarcali. Aboliamo pertanto anche il maschile e il femminile, chiamiamoci tutti e solo: persona, l'attributo che la civiltà e i suoi valori conferiscono agli individui degni di considerazione, fra i quali si ha da inserire anche gli animali, non umani ma ugualmente meritevoli di rispetto in quanto esseri coscienti e senzienti. Anche il sesso deve tornare al suo reale significato biologico. Sesso e sessualità sono cose concettualmente difformi. La sessualità è l'espressione più elevata dell'affetto verso un'altra persona, quindi ben diversa dal sesso inteso come impulso all'accoppiamento innescato dal potente gioco ormonale indispensabile alla prosecuzione di specie, più o meno attivo in determinate fasi della vita e gratificato dall'orgasmo. Sbarazziamoci, in pratica, della sessualità orgasmica culturalmente indotta, costruita dalla società patriarcale e amplificata dalle necessità produttive della società industriale come indispensabile da inseguire per sempre altrimenti si è malati. I figli non sono un obbligo, non sono un peso e neanche una ricchezza. Fanno parte del nostro poter essere al mondo e sopravvivere come specie, con tutto ciò che di amorevole e protettivo comportano, come tali cresciuti e tutelati dal gruppo, dalla nuova società e dal nuovo villaggio globale. Non prevediamo più l'obbligatorietà alla famiglia e alla sua formalizzazione. Tutti siamo uguali, ancora una volta, forse gruppi sparpagliati o riuniti in una nuova tribù o in un futuro villaggio globale, ma unico popolo su unica terra, senza più discriminazioni.  La perdita dell'appartenenza alle creazioni patriarcali del sesso o del genere comporterà anche un cambiamento nel vestire, che si avvierà verso principi di comodità e praticità in base a esigenze biologiche e personali, non in osservanza di categorizzazioni prestabilite per catalogare o esaltare presunti appeal. I futuri principi ispiratori dell'abbigliamento saranno protezione, comodità e praticità, con l'indicazione per "uomo" o "donna" inutile, sino a diventare incomprensibile.

 

Un cambiamento radicale dovrà riguardare l'economia e il lavoro, con il passaggio da un'economia di consumo a un'economia di ben-essere. JM Keynes già preconizzò nel 1930[5] una drastica riduzione delle ore di lavoro; noi ora prevediamo anche un cambiamento concettuale del lavoro grazie alla tecnologia, destinato a fondersi e lasciare il resto del tempo al tempo, con una differenza sostanziale. Il "tempo libero" è un'invenzione della società industriale al pari dell'orario di lavoro. Riteniamo, e auspichiamo, che quello che oggi chiamiamo "lavoro" diventi parte gratificante della nostra vita quotidiana come individui, gruppo e società, il tempo dedicato alle necessità del buon vivere, slegato dalla costruzione capitalistica di salario, sfruttamento e accumulo da parte dei potenti di turno. Lavoro, tempo libero, ozio, svago, in questa nuova concezione sfumano per confluire nel gioco sistemico della vita, diventando occupazione, dovere, socialità, creatività, legame, affetto, ricreazione. Persino l'ozio sarà fondamentale non biasimevole, assumendo la caratteristica dell'"ozio creativo"[6].

 

La globalizzazione consapevole inevitabilmente abolirà le nazioni e con esse le conquiste. La consapevolezza del popolo unico, lo sviluppo di macroeconomie globali e le risorse garantite dalla tecnologia aboliranno le nazioni come stati contrapposti e indipendenti, elimineranno le guerre, le conquiste, le necessità dell'accaparrarsi il petrolio e le altre "ricchezze" naturali.

 

Gli ultimi avvenimenti a proposito di pandemie, la distruzione umana degli habitat naturali, l'innaturale e crudele rapporto con gli animali, l'inquinamento, lo scioglimento dei ghiacciai, la scoperta della correlazione fra le nostre malattie e lo stile di vita, ci costringeranno anche ad abbandonare il modello epistemiologico della medicina occidentale centrato sulla malattia, a favore di quello centrato sulla salute. Noi prevediamo la scomparsa della malattia, così come già nelle popolazioni che vivono nel rispetto e nell'armonia della natura. La responsabilità della salute ritornerà nelle nostre mani. La nostra biologia è nata e si è evoluta sulla Terra dalle stesse particelle del mondo abiotico durante il lungo, intricato e casuale processo coevolutivo; anche ora, e nonostante tutto, dobbiamo sempre pensare, anche nei confronti dei virus, batteri e della malattia in genere, in termini ecologici, evolutivi e coevolutivi. Se l'ambiente è sano, se il nostro è uno stile di vita sano, se i macro e i micro-organismi sono rispettati nei loro habitat naturali, la malattia non si sviluppa nell'uomo. È l'ambiente stabile e il suo equilibrio che garantisce la salute. Non è un caso che proprio la società agricola sia stata invasa da batteri, virus emergenti ed epidemie, perché solo con essa abbiamo violato le regole, devastato il loro mondo, distrutto i loro habitat e creato animali-cibo o forza lavoro, oggetti da compagnia, strumenti di divertimento o da esperimenti. Anche l'animale da compagnia, seppur amato e coccolato, è una violenza innaturale. Ogni essere vivente merita il rispetto che gli compete per quello che è e per come è, al pari di noi. Solo così può realizzarsi il nostro vero destino biologico, che è quello di vivere a lungo e in buona salute, senilità compresa, per morire infine di una buona  morte, come quella di Abramo per intenderci, che muore né con liberazione e neanche timore, ma serenamente "sazio di giorni", come chi che della vita ne ha avuto abbastanza.

 

La nuova rivoluzione sarà quella di non ammalarci invece di rincorrere la terapia, e questo semplicemente (anche qui) adottando uno stile di vita individuale e sociale rispettoso della salute, dell'ambiente e degli altri esseri viventi, una rivoluzione nonviolenta, rispettosa, dolce, semplice e terribilmente efficace. Ma si consideri: il nuovo comportamento è costrittivo, non è (soltanto) etico, ma indispensabile: dobbiamo farlo se vogliamo sopravvivere o almeno non essere condannati a un'esistenza di costante infermità e morte precoce. Sarà una rivoluzione culturale, globale, fondata sull'individuo biologico, sull'ecosistema, su una deurbanizzazione minimalista rispettosa e integrata con l'ambiente, favorente una socializzazione armonica, guidata dalla parallela decrescita demografica, riduzione dell'impatto antropico e con modelli abitativi aperti. La città come nicchia ecologica in definitiva, e più efficace di mille ospedali. Nessun intervento straordinario o ipertecnologico, semplicemente umano, ma questa volta fondato sull'armonia, nella cui realizzazione si dimostrerà il nostro valore, la nostra intelligenza o la nostra estrema stupidità. Il benessere dell'umanità non verrà da una rivoluzionaria scoperta ipertecnologica, ma da noi come umanità, dalla nostra capacità di creare l'armonia olistica, intraspecie, interspecie e ambientale.

 

La scienza ci toglie illusioni ma ci dà anche molto. Ci ha fatto scoprire destinati all'estinzione e ci ha dimostrato che l'eternità è una nostra invenzione, per cui dobbiamo prepararci non a lei ma alla caducità. Siamo nati solo per vivere, in fondo, quindi dobbiamo saper vivere, qui, per noi, i nostri figli, il nostro pianeta, gli altri, rendendo la nostra vita degna.  

 

Non facile, oggi. Ma non dobbiamo avere paura di sognare, di osare, e batterci per ciò che è giusto, per quanto possa ora sembrarci irrealizzabile.

 

L'impossibile è solo ciò che si rivela tale alla prova dei fatti.

 

                                                                                                                                                                                                        Bari, 16 aprile 2020

 

 

 



 

[1] si ipotizza uno ogni tre anni, l'età in cui un bambino può camminare da solo e la madre portare in braccio l'ultimo nato

[2] Lesbian, gay, transgender, bisexual, queer

[3] secondo il principio di semplessità, vale a dire rendere semplice l'estremo complesso, come la biologia, la salute, l'universo ecc

[4] La pianificazione familiare è un comportamento già presente negli animali, perché indispensabile alla sopravvivenza; gli animali che controllano il numero delle loro nascite hanno più chance di sopravvivenza rispetto a quelli che si riproducono in maniera incontrollata sino a esaurire le fonti di cibo. Alcune specie usano raffinate strategie per il monitoraggio della popolazione; il deliberato raggruppamento di massa, per esempio degli storni o dei moscerini, sarebbe una specie di censimento del gruppo, definito comportamento epideitico. (Richard Dawkins)

[5] Keynes parlava di tre ore di lavoro al giorno

[6] Concetto elaborato dal sociologo Domenico De Masi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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