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L'urlo della Dea Madre

 

 

 

 

                                                                                        


      

                                                                                                                copertina l'urlo della dea madre

 


Editore: Ediself

Isbn: 978-88-902959-6-6

Genere: Narrativa italiana

Pagine: 263

Lingua: Italiano

Anno: 2008

Prezzo: Euro 10,00 AGGIUNGI AL CARRELLO


 

I valori sono universali ed eterni; ma non si esprimono in eguale maniera in tutte le epoche.

In alcune si assopiscono, in altre tornano prepotenti a reclamare la loro necessità;

e per assurdo, sono le epoche più tristi che li nobilitano.

In questo libro si racconta di un periodo cupo della nostra storia, in cui molti valori furono calpestati;

una epopea di dolore, addolcita appena da eroiche figure di donne, le uniche rimaste ad accudire alla vita, nel suo vero significato.

E fra queste una, a cui la civiltà ha affidato questo compito.

 


 

SUNTO:

 

 

La vicenda si svolge negli anni del brigantaggio meridionale, quelli intorno alla metà del diciannovesimo secolo per intenderci,

fra gli anni più tristi della nostra storia.

Si narra in questo libro di avvenimenti teneri e drammatici, di uomini che uccidono e vengono uccisi, per motivi che sono sempre gli stessi:

potere e avidità. Neanche la religione del Cristo che insegna l’amore la pace e la fratellanza riuscì a porvi un freno,

perché era diventata quella del papa e dei preti, che guerreggiava e combatteva anch’essa per il potere.

Contemporaneamente agli uomini morivano e combattevano le donne, ma in tutt’altra maniera;

morivano di stenti e maltrattamenti, o per dare alla luce i loro figli, madri a volte per scelta, troppo spesso costrette.

Così, seppur sommessa, la maternità rimaneva e continuava a permeare la società con i suoi valori amorevoli e solidali.

La protagonista della nostra storia è l’incarnazione di questi valori, perciò lotta intrepida e forsennata in un mondo dominato dalla follia maschia e sanguinaria,

non sottraendosi al suo compito e riuscendo anzi a colorare di nobiltà le crudeltà che si trovò ad affrontare.

L’epoca dei fatti poi è solo un pretesto, perché la storia dell’umanità è sempre la stessa.

Si dice che sia la Dea Madre che ancora resiste alla violenza del Dio Padre, che si ritiene ormai il definitivo vincitore di questa guerra di Dei.

E invece no; le guerre di conquista non hanno mai vincitori.

Se il Dio Padre riuscirà ad annientare la Dea Madre, il vero vincitore sarà un altro, inimmaginato e inaspettato, ancora più cinico e spietato.

 

 

 


 

ABSTRACT: 

 

 

Giocondina nacque con la sua ombra.

Non con l’ombra che si forma ogni volta per effetto della luce che colpisce il corpo e da questo ne viene

assorbita, ma un’ombra indipendente dalla luce, che le era unita al corpo dai talloni, sempre e in qualsiasi

circostanza. Anche se la luce era la luce del sole del giorno pieno che colpisce alle spalle, l’ombra ugualmente

si formava dietro e la seguiva attaccata ai suoi piedi.

Nessuno vi aveva mai fatto caso, se non la madre, ma la madre era morta che lei era una bambina di quattro anni

e ora ne aveva diciotto, più o meno, perché il padre non se lo ricordava bene quando lei era nata; solo sapeva

che era la più grande delle sue tre figlie, avendone avute altre due dal secondo matrimonio, e ancora una volta si

trovava ad essere vedovo, essendo morta anche la sua seconda moglie, pace all’anima sua.

Tre figlie erano tre bocche da sfamare e tre doti da dare, e lui era solo un bracciante che neanche lavorava ogni

giorno e la vita era dura, con lui soprattutto, che gli aveva negato due mogli e anche dei figli maschi, e c’erano

giorni in cui colazione pranzo e cena erano un tutt’uno e costituiti da qualche fico rinsecchito al sole e conservato

nella pignatta.

Non gli parve quindi vero di sentire proprio con le sue orecchie e guardandosi negli occhi, che Trifonuccio lo

sciancato era venuto a chiedergli di sposare Giocondina, sapendo di non potersi aspettare altro che il vestito che la

figlia aveva indosso. Lui infatti, che dote, quale indennizzo poteva mai dare a chi era disposto a sposarsi qualcuna

delle sue figlie? Inoltre Trifonuccio aveva quasi due acri di terra, quattro pecore e una mula e, sebbene bassotto e

sciancato come diceva il soprannome, era uno tutto muscoli e un grande lavoratore che alla terra ci teneva e la sapeva

coltivare, e anche lui spesso era stato richiesto per andare a lavorarci a giornata, così che lo chiamava, per rispetto

e consuetudine, “padrone Trifonuccio” ogni volta che si rivolgeva a lui.

Certo Giocondina era una ragazza bellissima, come dicevano tutti, ma si sa, Trifonuccio con tutta quella terra

avrebbe potuto aspirare a ben altro e magari salire nella scala della società civile facendo, come si dice, un bel

matrimonio, piuttosto che scendere sposandosi la figlia pezzente di un bracciante morto di fame.

Era quindi contento di poter sistemare la sua figliola grande, e un po’ così si sarebbe sistemato anche lui e forse

quel matrimonio sarebbe stato di aiuto nella futura sistemazione delle altre due figlie.

Si era pertanto seduto fuori sui gradini di casa a fumarsi beato uno spezzone di sigaro che aveva conservato da parte

e rispondeva tutto contento ai saluti della gente che gli passava davanti per la strada. Era stato tutto concordato e

si erano anche dati la stretta di mano; non si aspettava quindi nient’altro che di fissare la data del matrimonio e

gli accordi formali alla presenza di testimoni, cose per le quali c’era tempo.

Ma il paese era piccolo, le anime poche e le chiacchiere invece tante. Tutto si sapeva e tutto si diceva, finanche

delle cose più intime e dei particolari che neanche di se stesso uno conosceva.

Fu così che quel venerdì arrivò di tardo pomeriggio lo sciancato, con lo sguardo storto come la gamba,

chiedendo spiegazioni su una cosa che gli era giunta all’orecchio.

Vedendolo arrivare non poté fare a meno di notare la sua andatura particolare, che più che da sciancato la si

sarebbe definita da sgangherato, tanto il suo corpo si modificava e si disarticolava andandosene di qua e di là

nel tentativo di mantenere costantemente l’equilibrio che la menomazione gli metteva a rischio ad ogni passo.

“Caro Carluccio Nicasto, questo il nome del padre della promessa sposa, qui l’accordo deve saltare.

Mi hanno detto che può avere più figli la mia mula che non tua figlia Giocondina.

Che ti credi che io sto qui a sposarmi per divertimento?

Io ho più di due acri di terreno e un altro ho intenzione di comprarmene presto, come credi che io posso da solo

riuscire a mandare avanti tutta questa terra?

Io ho bisogno di una moglie, e ho bisogno pure di una moglie che mi faccia molti figli, ché la terra mica si ara da

sola, dicendole beh mo’ arati e seminati in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo!”

Carluccio Nicasto rimase sbalordito da questa diceria che era una vera e propria infamia, come detta a tradimento

per fargli un dispetto. Giocondina non poteva avere figli? E chi lo diceva? Come poteva essere possibile? Come

poteva dirsi di un così bel pezzo di ragazza alta e forte e con dei fianchi che poteva partorire dieci figli sputandoli

uno dietro l’altro senza neanche avere la necessità di fermarsi a tirare un respiro, una che non aveva mai avuto un

raffreddore in vita sua? Era stata la ragazza forse mai sposata, ché si potesse dire che era senza frutti? Qualcuno aveva

diffuso la diceria a bella posta con l’intento di fargli del male.